ALPE VANNINO:

Due sono le possibilità, la prima più pedalata, e alla portata dei più, la seconda intensa ed emozionate, ma per apprezzarla sono necessarie ottime doti tecniche e fisiche, ed inoltre è necessaria una bici da all mountain o enduro per riuscire ad godere della discesa.

Allora si sceglie quella più intensa, passo Nefelgiu, discesa verso l’alpe Vannino poi Valdo e ritorno. Si parte pedalando, si sale fino a quasi i 2000 mt della piana del Nefelgiu su una gippabile scorrevole e dai panorami intensi, il lago di Morasco sotto di noi è di un blu imbarazzante, nitido e profondo, le montagne attorno osservano maestose, sembrano distanti dalla nostra frenesia, al di sopra di tutto. Si entra nei piani del Nefelgiu e il passo è la, in alto. Il portage è di quelli importanti, un’ora e mezza circa, ma vuoi mettere la suggestione di questo posto? I pilastri che fanno da contrafforte al passo sono due cattedrali realizzate in tempi remoti, quando i giganti scorrazzavano su questi pendi, la salita è immersa in un paesaggio in bilico fra le epiche fantasie del Signore degli anelli e la lucida follia del Kadat di Lovecraft, poi si arriva in cima, gli ultimi metri sono pedalabili, e alla fine il panorama…davanti a noi il lago Vannino e appena più su il lago Sruer. Dietro di noi Morasco, Castel e il rifugio Maria Luisa, meta del giorno prima, e tutto attorno guglie, prati di alta montagna, rocce grigie contrapposte a panettoni verdi, dove l’inverno è facile incontrare la polvere…Complice l’adrenalina dovuta allo sforzo, il primo pensiero è che questo è il posto più bello del mondo! Sono molti i paesaggi suggestivi, carichi di patos, questo è sicuramente nella lista dei migliori. Qualche istante per alcune foto, per indossare l’antivento utile a queste altezza (2500mt circa), una breve analisi della salita, che la prossima volta vorrei interpretare in discesa, poi via! Sembra di tuffarsi nel lago, così vicino ma così distante, la prima parte si srotola su ampie distese, un sentiero facile e scorrevole con diverse traiettorie possibili, poi lentamente il pendio aumenta, il sentiero si fa più chiuso e in alcuni tratti è necessario scendere dalla bici. Una discesa tecnica, qui l'adrenalina è data dall’ambiente più che dal gesto tecnico e quando raggiungiamo il rifugio la soddisfazione è appagante.

 Il luogo è ospitale, con i gestori gentili e disponibili, l’immancabile panino con il salame ripaga degli sforzi fatti. Una breve sosta, poi un giro attorno al lago e in fine via, giù verso il fondo valle. Si scende su una gippabile facile e inizialmente quasi pianeggiante, poi improvvisamente la pendenza cambia, è utile prestare attenzione, perché fuori dalle curve il baratro è lì che spetta, un vuoto importante è presente oltre i tornati, quindi prudenza. In prossimità dell’arrivo di una seggiovia la direzione da prendere è verso Canza, punto di partenza di questa gita. Si corre ancora su una gippabile larga, ma è necessario scendere lentamente perché sulla destra bisogna scorgere il sentiero che ci permetterà di abbandonare la larga via per un più consono single track. Ricordiamoci che siamo su sentieri di montagna, non in un bike pack, quindi prudenza e attenzione sia ai pedoni che al fatto che queste tracce possono essere sporche con ostacoli naturali anche imprevisti.

La discesa è di quelle tecniche, divertente ma lenta, la ricerca del flou, o per dirla alla Belli della velocità giusta, qui è complessa, ma la difficoltà deve essere da stimolo per migliorare. In fine si arriva a Canza, un sorso rigenerante alla fontana e lo sguardo va istintivamente verso l’alto, quasi a voler ripercorrere velocemente quanto fatto oggi.  

Due giorni in alta montagna, a cercare di domare una montagna nobile e selvaggia, ma carica di patos. Torneremo perché molte linee sono ancora da tracciare, molte vette da esplorare e emozioni da vivere