la bici e i rifugi

 

Avevamo lasciato l’alta Val Formazza sotto un candido manto di neve, ora è il momento di tornare ad esplorare queste zone con il profumo dei prati appena falciati e il lento scampanare delle mucche al pascolo.

Andremo alla scoperta dei rifugi raggiungibili pedalando, soffermandoci su due in particolare, Maria Luisa e alpe Vannino. Un itinerario lungo e fisicamente impegnativo, dove le doti atletiche saranno necessarie a mantenere lucidità e freschezza sia sulle salite che nelle tecniche discese.

RIFUGIO MARIA LUISA

La partenza è posta a Valdo, località Walser dove è presente uno dei più vecchi sci club italiani e dove la pista del Sagersboden è stata per anni denominata ‘la pista dei campioni’. Una discesa ripida e stretta che misurava le doti tecniche di ogni sciatore. Ma ora siamo in agosto, per la neve c’è ancora tempo, quindi concentriamoci sul tour in questione. Si parte e per circa 8 km si procede su strada asfaltata, in direzione cascata del Toce.

Nel periodo estivo la cascata del Toce è un esperienza unica, un salto di più di 100 mt, ampio e maestoso che si apre all’improvviso davanti a noi, la strada si srotola lateralmente salendo ripida attaccata alla montagna. Dalla piana di Riale si prende in direzione Maria Luisa, inizia qui una gippabile dalla pendenza costante che ci accompagnerà fino alla vetta. Sono presenti anche alcuni settori di strava, quindi chi volesse misurare la propria capacità pedalatoria troverà pane per i suoi denti. Chi invece preferirà una salita lenta e piacevole potrà nutrire i propri sensi del panorama meraviglioso che si presenterà davanti.

Il lago di Morasco, la chiesetta di Riale, i verdi prati e le vette appuntite richiamano alla mente viaggi paralleli, sensazioni di pace e benessere. Molti paesaggi alpini hanno il fascino del silenzio e della solitudine, quella bellezza muta che chiede solo di essere osservata, senza il bisogno di effetti speciali.

 La salita costante lascia il posto ad un pianoro, in lontananza si scorge il muro imponente della diga del Toggia, un bacino artificiale nato per la produzione di energia elettrica. Ma prima di raggiungerlo, dietro ad una curva, appare il rifugio Maria Luisa, prima tappa di giornata. Eretto in memoria di una giovane alpinista morta agli inizi del secolo scorso è una struttura massiccia, dalle pareti spesse e i soffitti bassi, pensata per riparare i viandanti dal freddo e dalle intemperie che qui sanno essere severe.  Da qui la strada prosegue verso la diga appena nominata e più su, fino al passo San Giacomo, confine italo svizzero.

Arriviamo alla diga, la attraversiamo e riprendiamo a salire fra verdi pascoli che regalano un formaggio pregevole, il Bettelmatt, un grasso d’alpe dai profumi inebrianti e dal gusto delicato quando è giovane che diventa sempre più intenso e elaborato a mano a mano che il tempo passa. Deve il suo particolare sapore all’erba mottolina, che cresce solo sopra i 2000 mt. Giungiamo così al secondo lago di giornata, il Castel, altro bacino artificiale dai colori blu cobalto.

Da qui si scende, due sono le possibilità, proseguendo fino alla fine del lago e poi una picchiata fino a Riale, oppure seguendo il sentiero o la gippabile che ci ha portati fino al punto di partenza.

Va detto subito che la gippabile è semplice, veloce e trafficata, restano quindi le altre due opzioni, entrambe molto tecniche, a tratti impraticabili mal nel complesso appaganti. Curve strette, tratti trialistici, anticipi da improvvisare, il tutto avendo sempre ben presente che siamo su sentieri utilizzati anche dai pedoni, quindi la prudenza e la cortesia sono doti imprescindibili se si vuole avere una convivenza duratura e pacifica.

Si torna a Riale, dove rigenerare le membra coccolati dai suoni di questi monti e dal venticello che ci accarezza. Lasciamo per domani la seconda tappa, oggi godiamoci il meritato riposo.

 

ALPE VANNINO:

Due sono le possibilità, la prima più pedalata, e alla portata dei più, la seconda intensa ed emozionate, ma per apprezzarla sono necessarie ottime doti tecniche e fisiche, ed inoltre è necessaria una bici da all mountain o enduro per riuscire ad godere della discesa.

Allora si sceglie quella più intensa, passo Nefelgiu, discesa verso l’alpe Vannino poi Valdo e ritorno. Si parte pedalando, si sale fino a quasi i 2000 mt della piana del Nefelgiu su una gippabile scorrevole e dai panorami intensi, il lago di Morasco sotto di noi è di un blu imbarazzante, nitido e profondo, le montagne attorno osservano maestose, sembrano distanti dalla nostra frenesia, al di sopra di tutto. Si entra nei piani del Nefelgiu e il passo è la, in alto. Il portage è di quelli importanti, un’ora e mezza circa, ma vuoi mettere la suggestione di questo posto? I pilastri che fanno da contrafforte al passo sono due cattedrali realizzate in tempi remoti, quando i giganti scorrazzavano su questi pendi, la salita è immersa in un paesaggio in bilico fra le epiche fantasie del Signore degli anelli e la lucida follia del Kadat di Lovecraft, poi si arriva in cima, gli ultimi metri sono pedalabili, e alla fine il panorama…davanti a noi il lago Vannino e appena più su il lago Sruer. Dietro di noi Morasco, Castel e il rifugio Maria Luisa, meta del giorno prima, e tutto attorno guglie, prati di alta montagna, rocce grigie contrapposte a panettoni verdi, dove l’inverno è facile incontrare la polvere…Complice l’adrenalina dovuta allo sforzo, il primo pensiero è che questo è il posto più bello del mondo! Sono molti i paesaggi suggestivi, carichi di patos, questo è sicuramente nella lista dei migliori. Qualche istante per alcune foto, per indossare l’antivento utile a queste altezza (2500mt circa), una breve analisi della salita, che la prossima volta vorrei interpretare in discesa, poi via! Sembra di tuffarsi nel lago, così vicino ma così distante, la prima parte si srotola su ampie distese, un sentiero facile e scorrevole con diverse traiettorie possibili, poi lentamente il pendio aumenta, il sentiero si fa più chiuso e in alcuni tratti è necessario scendere dalla bici. Una discesa tecnica, qui l'adrenalina è data dall’ambiente più che dal gesto tecnico e quando raggiungiamo il rifugio la soddisfazione è appagante.

 Il luogo è ospitale, con i gestori gentili e disponibili, l’immancabile panino con il salame ripaga degli sforzi fatti. Una breve sosta, poi un giro attorno al lago e in fine via, giù verso il fondo valle. Si scende su una gippabile facile e inizialmente quasi pianeggiante, poi improvvisamente la pendenza cambia, è utile prestare attenzione, perché fuori dalle curve il baratro è lì che spetta, un vuoto importante è presente oltre i tornati, quindi prudenza. In prossimità dell’arrivo di una seggiovia la direzione da prendere è verso Canza, punto di partenza di questa gita. Si corre ancora su una gippabile larga, ma è necessario scendere lentamente perché sulla destra bisogna scorgere il sentiero che ci permetterà di abbandonare la larga via per un più consono single track. Ricordiamoci che siamo su sentieri di montagna, non in un bike pack, quindi prudenza e attenzione sia ai pedoni che al fatto che queste tracce possono essere sporche con ostacoli naturali anche imprevisti.

La discesa è di quelle tecniche, divertente ma lenta, la ricerca del flou, o per dirla alla Belli della velocità giusta, qui è complessa, ma la difficoltà deve essere da stimolo per migliorare. In fine si arriva a Canza, un sorso rigenerante alla fontana e lo sguardo va istintivamente verso l’alto, quasi a voler ripercorrere velocemente quanto fatto oggi.  

Due giorni in alta montagna, a cercare di domare una montagna nobile e selvaggia, ma carica di patos. Torneremo perché molte linee sono ancora da tracciare, molte vette da esplorare e emozioni da vivere